Top 50

Ecco le 50 proposte vincitrici della prima fase delle Primarie delle Idee. Dopo quattro mesi di confronto e partecipazione, sono le idee che hanno raccolto più consenso nella nostra community.

Sono proposte che porteremo all'attenzione di tutte le forze che vogliono costruire un'alternativa all'attuale maggioranza. E saranno anche tra i mattoni principali per costruire i pilastri riformisti su cui saremo chiamati a votare dal 2 al 6 ottobre, dando spazio e valore a tutte le proposte e alla discussione che si è svolta nella nostra community.

Partecipazione riformista

Le nostre idee

Tutte le proposte delle primarie: la discussione che ha portato alla Top 50.

Cultura

La cultura entra in azienda: imprese più forti, comunità più ricche

di Francesco Mambrini

Oggi il mercato della cultura, in particolare dell’arte contemporanea e delle produzioni creative, vive un paradosso: genera valore, ma molti operatori sopravvivono con redditi bassissimi e precarietà cronica, dipendendo da bandi episodici e contributi pubblici difficili da ottenere. Musei, teatri, spazi indipendenti e artisti inseguono progetti a breve termine, mentre lo Stato deve decidere ogni anno chi finanziare, con margini di discrezionalità, tempi lunghi e burocrazia. Ne deriva un sistema “drogato”: da un lato eccellenze sostenute da rendite o grandi fondazioni, dall’altro realtà che producono cultura per la collettività ma non riescono a stare in piedi economicamente. Nel frattempo, cittadini e lavoratori chiedono più cultura nei quartieri, negli spazi pubblici e nei luoghi di lavoro. Molte imprese avrebbero interesse a investire in arte, patrimonio, formazione culturale e benessere organizzativo, ma non hanno incentivi chiari per farlo. La legge di stabilità 2016 (legge n. 208/2015) ha in verità creato già uno strumento innovativo: la Società Benefit, un modello che pur imponendo obblighi di trasparenza e consentendo il perseguimento di finalità di beneficio comune, non offre oggi vantaggi specifici. Nonostante ciò, in meno di dieci anni le imprese che hanno scelto questo modello sono passate da poche centinaia a oltre 4.500, con più di 200.000 addetti e un valore della produzione aggregato superiore a 60 miliardi di euro, secondo Assobenefit-InfoCamere. È la prova che molte aziende sono pronte a legare il business a finalità di beneficio comune. Manca però una disciplina organica che renda lo strumento più chiaro, efficace e conveniente, trasformandolo in un modello win-win tra impresa e comunità, sfruttando ancor di più pure il potenziale delle imprese che già hanno aderito al modello. Il principio di sussidiarietà orizzontale, sancito dall’art. 118, quarto comma, della Costituzione, impone di favorire l’iniziativa dei cittadini e delle imprese per l’interesse generale. In materia culturale, ciò significa affiancare al sostegno pubblico un’alleanza stabile con il mondo produttivo, portando arte e cultura nei luoghi di lavoro, di studio e di vita. La proposta è una riforma complessiva delle Società Benefit, valida per tutti i settori, con particolare attenzione alla macro-categoria “cultura e arte”: meno dipendenza dai bandi occasionali e più valore condiviso, sostenibilità e benefici per imprese, Stato, lavoratori e comunità.

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3 mesi fa
Istituzioni

Agenzie di quartiere: presìdi permanenti per una cittadinanza attiva e condivisa

di Pio Cisternino

Le città italiane stanno vivendo una trasformazione profonda. Accanto alle sfide urbanistiche ed economiche emerge una fragilità più silenziosa: la progressiva perdita dei legami di comunità. In molti quartieri il rapporto tra cittadini e istituzioni si è progressivamente ridotto a una dinamica emergenziale: ci si incontra quando nasce un problema, ci si organizza per chiedere una soluzione, si interviene quando una criticità diventa evidente. Questo modello di partecipazione "reattiva", pur importante, non è sufficiente a costruire comunità forti e capaci di prendersi cura dei propri luoghi. Troppo spesso i quartieri vengono percepiti soltanto come aree da amministrare o problemi da risolvere, mentre sono in realtà spazi ricchi di energie, competenze, relazioni e identità locali ancora in gran parte inutilizzate. Occorre superare la logica dei comitati nati esclusivamente per contrastare un disagio e promuovere una nuova idea di cittadinanza: una cittadinanza attiva, responsabile e generativa, nella quale le persone non siano soltanto utenti dei servizi pubblici, ma protagonisti della costruzione del bene comune. La mancanza di luoghi permanenti di confronto e coprogettazione rende spesso difficile trasformare le esigenze dei territori in politiche pubbliche efficaci. Le amministrazioni, da sole, non possono conoscere e governare tutta la complessità della vita quotidiana dei quartieri; allo stesso tempo, i cittadini hanno bisogno di strumenti riconosciuti per partecipare in modo organizzato e continuativo. La sfida è quindi costruire un nuovo equilibrio: istituzioni più aperte e comunità più responsabili.

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4 mesi fa
Energia e ambiente

Il Rinascimento dell'acqua e la sicurezza del territorio (De Marchi 2.0)

di Federico Fabri

IL RINASCIMENTO DELL'ACQUA affrontare in modo sistemico la vulnerabilità idrogeologica e la crisi idrica in Italia. Superando la logica dell'intervento emergenziale post-disastro, il piano propone un cambio di paradigma: la gestione del territorio fondata sull'unità fisica del bacino idrografico. Dalla regimazione delle acque montane per prevenire le frane, fino alla riqualificazione fluviale e all'efficientamento delle reti distributive, il progetto mira a trasformare l'acqua da potenziale agente distruttivo a risorsa gestita in modo circolare ed efficiente. Nonostante le chiare direttive tracciate già nel 1970 dalla Commissione De Marchi (che individuò nell'approccio di bacino l'unica via per la difesa del suolo), l'Italia sconta decenni di cattiva gestione del territorio e della risorsa idrica. Le criticità si snodano su cinque macro-aree interconnesse: 1. DEFICIT DI GOVERNANCE: La frammentazione delle competenze (Regioni, Province, Comuni, Consorzi di Bonifica, Autorità di Bacino) genera paralisi decisionale e impedisce una visione d'insieme. Le opere realizzate a monte spesso peggiorano il rischio a valle. 2. INSTABILITÀ DEI VERSANTI E RISCHIO FRANE: L'abbandono delle aree interne e montane ha comportato la perdita delle opere di regimazione idraulica tradizionale (terrazzamenti, muretti a secco, canali di scolo). La mancata gestione delle acque meteoriche e sotterranee provoca dissesti e frane. 3. ARTIFICIALIZZAZIONE DEI CORSI D'ACQUA: La costruzione di argini rigidi a ridosso degli alvei hanno aumentato la velocità di deflusso e l'energia dell'acqua. In caso di eventi estremi, la rottura degli argini provoca inondazioni catastrofiche e ingovernabili. 4. INEFFICIENZA DELLE RETI ACQUEDOTTISTICHE: L'Italia registra dispersioni idriche che superano in media il 40%, con picchi ben più alti in alcune aree del Paese, a causa della vetustà delle infrastrutture e della mancanza di sistemi di monitoraggio. 5. MANCANZA DI CIRCOLARITÀ: La progettazione urbana e agricola non tiene conto dell'acqua. Le precipitazioni vengono convogliate rapidamente in fognatura, annullando la ricarica delle falde e sprecando una risorsa fondamentale (il riutilizzo delle acque depurate è fermo a circa il 4%).

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6 mesi fa
Digitale

Capacità digitale: un nuovo istituto giuridico per l’autonomia e la protezione dei minori sui social

di Filippo Attanasio

Viviamo sempre più una parte significativa della nostra vita nell’ambiente digitale. Per i più giovani, in particolare, social network e piattaforme online non rappresentano soltanto strumenti di intrattenimento, ma luoghi nei quali si costruiscono relazioni, si comunica, ci si informa e si forma la propria identità. Il diritto italiano, tuttavia, non dispone ancora di una disciplina organica dell’autonomia del minore nell’ambiente digitale. La presente proposta intende colmare tale lacuna introducendo nell’ordinamento italiano la nozione di capacità digitale, intesa quale forma speciale e settoriale di capacità di autodeterminazione della persona nell’ambiente digitale. Un primo passo è già stato compiuto dal legislatore attraverso la normativa sulla protezione dei dati personali. Il GDPR consente agli Stati membri di stabilire l’età alla quale un minore può prestare autonomamente il proprio consenso al trattamento dei dati personali per i servizi della società dell’informazione. L’Italia ha fissato tale soglia a 14 anni: sotto questa età è necessario il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Questa scelta, tuttavia, riguarda esclusivamente il consenso al trattamento dei dati personali e non costituisce una vera e propria capacità digitale. È necessario compiere un passo ulteriore. L’ambiente digitale è ormai una dimensione della vita personale e sociale e, come tale, richiede un riconoscimento giuridico della progressiva autonomia del minore. Allo stesso tempo, la particolare vulnerabilità dei più giovani impone che tale autonomia sia accompagnata da adeguati strumenti di protezione. Le esperienze internazionali mostrano la difficoltà di individuare un equilibrio. La Francia ha tentato di introdurre una soglia di accesso ai social network fissata a 15 anni, ma il modello basato sul divieto generalizzato si è scontrato con rilevanti questioni di proporzionalità, libertà di comunicazione e tutela della privacy. L’Australia ha invece scelto una soglia più elevata, vietando agli under 16 di creare o mantenere account sulle piattaforme soggette alla disciplina e ponendo soprattutto sui gestori delle piattaforme la responsabilità di impedire l’accesso ai minori. Anche nel Regno Unito si dibatte sul tema, prendendo come riferimento il modello australiano. L’Italia può seguire una terza strada. L’introduzione di un nuovo istituto giuridico che riconosca una capacità digitale progressiva all’individuo.

Capacità digitaleminorisocial network
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2 mesi fa
Diritti

Matrimonio per tutti

di Ludovica Veneziano

Dieci anni dopo le unioni civili, è tempo di completare il lavoro. Nel 2016 l’Italia ha fatto un passo storico: ha riconosciuto davanti alla legge migliaia di coppie che esistevano già nella vita del Paese, dando dignità e sicurezza a famiglie fino ad allora invisibili per lo Stato. Ma oggi è evidente che quel passo non basta più. Il nostro ordinamento continua a distinguere tra matrimonio civile e unione civile, tra famiglie pienamente riconosciute e famiglie inserite in un istituto separato. Questa distinzione produce una disuguaglianza simbolica e concreta. Simbolica, perché lo Stato continua a dire che alcune famiglie meritano il matrimonio e altre no, mantenendo nella legge una discriminazione silenziosa. Concreta, perché cittadine e cittadini italiani dello stesso sesso possono sposarsi all’estero e vedere il proprio matrimonio trasformato in un’unione civile in Italia; perché le coppie dello stesso sesso non possono accedere all’adozione come coppie sposate; perché la sicurezza dei propri legami familiari dipende spesso dal Comune in cui si vive o dalla necessità di affrontare anni di contenzioso. Esiste ormai uno scarto evidente tra realtà sociale e quadro normativo. Una generazione cresciuta nell’idea che le differenze non determinino il valore delle persone fatica a comprendere perché lo Stato continui a prevedere istituti diversi per cittadini che chiedono le stesse responsabilità e gli stessi diritti. Fatica a comprendere perché in quasi tutti i Paesi a noi vicini - Spagna, Francia, Germania, Portogallo, Irlanda, Austria, Svizzera, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Slovenia - il matrimonio egualitario sia già realtà, mentre l’Italia continua a rimanere un passo indietro. La legge non fotografa soltanto il cambiamento culturale: lo consolida. Ha il potere di certificare conquiste sociali già maturate, di evitare che la normalità di tante famiglie debba essere una continua lotta. La maggioranza dei cittadini lo ha capito: creare una libertà non toglie nulla a nessuno, non impone nulla a nessuno, non indebolisce in alcun modo le famiglie esistenti. Una forza politica riformista non può limitarsi a difendere le conquiste del passato: deve completarle. Gli stessi principi che guidarono la battaglia sulle unioni civili guidano oggi l’introduzione del matrimonio egualitario.

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5 mesi fa
Casa

Rigenerare, non costruire: burocrazia semplice per demolire il degrado e restituire vita ai paesi

di Lorena Pacelli

Il nostro Paese vive un paradosso insostenibile: milioni di edifici abbandonati, capannoni industriali fatiscenti e strutture dismesse deturpano paesaggi urbani e rurali, mentre una burocrazia soffocante rende impossibile, o economicamente proibitivo, intervenire su di essi. Il risultato? Si continua a costruire su suolo vergine mentre il costruito esistente muore. I paesi si spopolano, i giovani emigrano, e le città medie si ritrovano con quartieri industriali abbandonati da decenni, diventati discariche a cielo aperto e cicatrici nel paesaggio. Il Piano Casa del governo non risponde a questo problema. In territori a forte spopolamento come il Sannio, in cui vivo, costruire nuove abitazioni dove la popolazione cala ogni anno non ha senso economico né sociale: le case nuove rimarranno vuote mentre quelle vecchie crollano. Il problema non è la quantità delle abitazioni, ma la qualità degli spazi e la capacità di attrarre e trattenere i giovani. Come lo fanno in Europa? In Francia il programma "Action Cœur de Ville" ha finanziato la rigenerazione di 222 città medie con 5 miliardi di euro, puntando sul recupero del patrimonio esistente. In Spagna, iter semplificati e sportelli unici comunali rendono la riqualificazione accessibile. Nei Paesi Nordici vige il principio "brownfield first": si costruisce su suolo già urbanizzato, mai su verde. In Germania il programma "Stadtumbau" destina fondi statali ai comuni per demolire il superfluo e rigenerare il necessario. In Italia, per demolire un capannone abbandonato occorrono in media 3–5 anni di iter burocratico e costi insostenibili per privati e comuni. Il risultato è l'immobilismo totale.

rigenerazione urbanaburocraziaspopolamento
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7 mesi fa

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