La cultura entra in azienda: imprese più forti, comunità più ricche
di Francesco Mambrini
8 agosto 2026
Tema
Oggi il mercato della cultura, in particolare dell’arte contemporanea e delle produzioni creative, vive un paradosso: genera valore, ma molti operatori sopravvivono con redditi bassissimi e precarietà cronica, dipendendo da bandi episodici e contributi pubblici difficili da ottenere. Musei, teatri, spazi indipendenti e artisti inseguono progetti a breve termine, mentre lo Stato deve decidere ogni anno chi finanziare, con margini di discrezionalità, tempi lunghi e burocrazia. Ne deriva un sistema “drogato”: da un lato eccellenze sostenute da rendite o grandi fondazioni, dall’altro realtà che producono cultura per la collettività ma non riescono a stare in piedi economicamente. Nel frattempo, cittadini e lavoratori chiedono più cultura nei quartieri, negli spazi pubblici e nei luoghi di lavoro. Molte imprese avrebbero interesse a investire in arte, patrimonio, formazione culturale e benessere organizzativo, ma non hanno incentivi chiari per farlo. La legge di stabilità 2016 (legge n. 208/2015) ha in verità creato già uno strumento innovativo: la Società Benefit, un modello che pur imponendo obblighi di trasparenza e consentendo il perseguimento di finalità di beneficio comune, non offre oggi vantaggi specifici. Nonostante ciò, in meno di dieci anni le imprese che hanno scelto questo modello sono passate da poche centinaia a oltre 4.500, con più di 200.000 addetti e un valore della produzione aggregato superiore a 60 miliardi di euro, secondo Assobenefit-InfoCamere. È la prova che molte aziende sono pronte a legare il business a finalità di beneficio comune. Manca però una disciplina organica che renda lo strumento più chiaro, efficace e conveniente, trasformandolo in un modello win-win tra impresa e comunità, sfruttando ancor di più pure il potenziale delle imprese che già hanno aderito al modello. Il principio di sussidiarietà orizzontale, sancito dall’art. 118, quarto comma, della Costituzione, impone di favorire l’iniziativa dei cittadini e delle imprese per l’interesse generale. In materia culturale, ciò significa affiancare al sostegno pubblico un’alleanza stabile con il mondo produttivo, portando arte e cultura nei luoghi di lavoro, di studio e di vita. La proposta è una riforma complessiva delle Società Benefit, valida per tutti i settori, con particolare attenzione alla macro-categoria “cultura e arte”: meno dipendenza dai bandi occasionali e più valore condiviso, sostenibilità e benefici per imprese, Stato, lavoratori e comunità.
Soluzione
Propongo una legge organica sulle Società Benefit, che riunisca e sostituisca i commi 376-384 della legge n. 208/2015 e richiami gli artt. 9 e 118, quarto comma, della Costituzione. La legge definirebbe macro-categorie di beneficio comune: quali ambiente e clima, coesione sociale e welfare, salute e benessere, innovazione e conoscenza e, soprattutto, cultura e arte. Le categorie perseguite sarebbero indicate nello statuto, con obbligo di coerenza tra finalità e attività. Primo pilastro: super-deduzione fiscale del 150% per tutte le Società Benefit sulle spese sostenute per il beneficio comune, entro un tetto annuo fisso e in percentuale del fatturato, in linea con i massimali degli incentivi 4.0. Per cultura e arte rientrerebbero welfare culturale, produzioni e commissioni artistiche, formazione, cura degli spazi e progetti aperti ai cittadini, compresi quelli realizzati in co-programmazione e co-progettazione con Comuni e Regioni. La convenienza fiscale incentiverebbe investimenti verificabili, senza contributi automatici. Secondo pilastro: modifica dell’art. 51 TUIR per rendere esenti da imposte e contributi i benefit coerenti con le categorie dichiarate. Per cultura e arte: biglietti, abbonamenti, corsi, laboratori e attività artistiche. Terzo pilastro: estensione dell’Art Bonus, limitata a cultura e arte, alle Società Benefit che dovessero diventare concessionarie o affidatarie di beni culturali pubblici o impegnate in progetti di valorizzazione e accesso culturale su beni pubblici. Resterebbero il credito del 65%, il vincolo di destinazione e la trasparenza sul portale Art Bonus. Quarto pilastro: una linea dedicata del Fondo di Garanzia e della finanza agevolata per tutte le Società Benefit attive da almeno cinque anni, in regola con gli obblighi di legge e con la relazione d’impatto, anche per investimenti non di beneficio comune. Previsione, inoltre, di "titoli di impatto", bond o minibond destinati a finanziare esclusivamente progetti di beneficio comune, con agevolazioni per gli investitori ispirate ai titoli di solidarietà del Codice del Terzo settore. Infine, il Registro Imprese dovrebbe offrire una ricerca open source per qualifica e macro-categoria, compresa cultura e arte, con link alla relazione d’impatto pubblicata sul sito della società. Nessun nuovo registro: solo trasparenza e maggiore accessibilità. La riforma rafforzerebbe tutte le Società Benefit, mostrando come impresa, Stato e comunità possano creare valore sostenibile.
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