Top 50

Ecco le 50 proposte vincitrici della prima fase delle Primarie delle Idee. Dopo quattro mesi di confronto e partecipazione, sono le idee che hanno raccolto più consenso nella nostra community.

Sono proposte che porteremo all'attenzione di tutte le forze che vogliono costruire un'alternativa all'attuale maggioranza. E saranno anche tra i mattoni principali per costruire i pilastri riformisti su cui saremo chiamati a votare dal 2 al 6 ottobre, dando spazio e valore a tutte le proposte e alla discussione che si è svolta nella nostra community.

Partecipazione riformista

Le nostre idee

Tutte le proposte delle primarie: la discussione che ha portato alla Top 50.

Istruzione

Stipendi più elevati per gli insegnanti e differenziati per materia

di Francesco Armillei

La scuola italiana ha un problema di attrattività. Gli insegnanti sono tra le figure più importanti per la formazione delle nuove generazioni, ma le loro retribuzioni sono basse rispetto a quelle degli altri laureati e rispetto a quelle dei docenti di molti altri paesi europei. Ma parlare soltanto dello “stipendio medio degli insegnanti” nasconde una differenza fondamentale: il costo economico di scegliere l'insegnamento non è uguale per tutti. Un'analisi sui microdati dell'Indagine sulle forze di lavoro del think-tank Tortuga mostra che, a parità di età, genere, regione, cittadinanza e tipologia contrattuale, i laureati in discipline umanistiche che diventano insegnanti hanno redditi relativamente superiori a quelli dei laureati nelle stesse discipline che lavorano in altre professioni. Per i laureati in discipline scientifiche e ingegneristiche accade invece il contrario: scegliendo la scuola rinunciano a una parte rilevante delle opportunità salariali che avrebbero nel settore privato. È un problema di cui il sistema retributivo pubblico tiene pochissimo conto. Due insegnanti con la stessa anzianità vengono remunerati sostanzialmente secondo la stessa struttura salariale anche quando il mercato del lavoro offre loro alternative radicalmente diverse. Il risultato è che la scuola rischia di riuscire ad attrarre buoni candidati nelle discipline in cui l'alternativa privata è relativamente poco remunerativa e di fare molta più fatica proprio nelle materie nelle quali le competenze sono maggiormente richieste anche fuori dalla scuola. È particolarmente preoccupante per le discipline STEM. L'Italia soffre già di forti ritardi nelle competenze scientifiche e digitali: non possiamo permetterci che proprio in queste materie la scuola parta svantaggiata nella competizione per attirare laureati qualificati. La questione, quindi, non è soltanto quanto paghiamo gli insegnanti. È se li paghiamo in modo tale da riuscire ad attirare le competenze di cui la scuola ha bisogno.

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3 mesi fa
Lavoro

Salario minimo regionale con competenza alle Regioni

di Francesco Armillei

In Italia avere un lavoro non basta sempre per evitare la povertà. Secondo gli ultimi dati Istat, oltre un occupato su dieci è a rischio di povertà. È il segnale di un problema salariale che la sola contrattazione collettiva, pur rimanendo fondamentale, non riesce sempre a risolvere. Un salario minimo legale può offrire una tutela universale sotto la quale nessun rapporto di lavoro dovrebbe poter scendere. Ma un salario minimo identico in tutta Italia presenta un problema: il nostro è un Paese caratterizzato da enormi differenze territoriali nei salari, nella produttività, nel costo della vita e nelle condizioni dei mercati del lavoro. La stessa soglia può quindi risultare troppo bassa nelle aree dove i salari sono più elevati e, contemporaneamente, molto più vincolante nelle aree caratterizzate da salari e produttività inferiori. Questo rende difficile individuare un unico valore nazionale che garantisca una protezione significativa ai lavoratori senza produrre effetti indesiderati sull'occupazione nelle economie locali più fragili. Non è però necessario scegliere tra un salario minimo uguale ovunque e l'assenza di una tutela legale. In altri Paesi diversi livelli di governo possono stabilire soglie differenti: negli Stati Uniti, per esempio, al salario minimo federale si sovrappongono quelli degli Stati e, in molti casi, quelli delle singole città. Possiamo applicare lo stesso principio all'Italia, adattandolo alle nostre istituzioni.

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3 mesi fa
Istituzioni

Abolire il silezio elettorale e liberalizzare le campagne elettorali

di Francesco Armillei

L’Italia ha un problema crescente di partecipazione democratica. Alle elezioni politiche del 2022 ha votato appena il 63,9% degli aventi diritto: il dato più basso della storia repubblicana, quasi trenta punti in meno rispetto ai livelli raggiunti negli anni Settanta. Anche altre consultazioni recenti mostrano una crescente difficoltà nel portare i cittadini alle urne. Le cause dell’astensionismo sono molte e profonde, ma la risposta delle istituzioni non può essere quella di rendere più difficile proprio l’attività attraverso cui partiti, candidati e comitati cercano di informare e mobilitare gli elettori. Il silenzio elettorale ne è l’esempio più evidente. La disciplina italiana nasce nel 1956 e vieta, nel giorno precedente le elezioni, comizi, riunioni di propaganda e nuove affissioni. È una norma pensata per una democrazia completamente diversa da quella attuale: pochi canali televisivi, nessun social network, partiti di massa, appartenenze politiche molto più stabili. Oggi il risultato è paradossale. La propaganda viene fermata nei luoghi fisici e sui mezzi tradizionali, mentre continua di fatto online, dove un vero silenzio elettorale è quasi impossibile da applicare. La regolamentazione diventa così non solo anacronistica, ma anche asimmetrica. Soprattutto, molti cittadini decidono se e come votare soltanto negli ultimi giorni. Proprio nel momento in cui l’attenzione verso le elezioni raggiunge il massimo, impediamo ai soggetti politici di rivolgersi pienamente agli elettori. Il silenzio elettorale non è la causa dell’astensionismo e abolirlo non basterebbe certo a riportare da solo gli italiani alle urne. Ma di fronte al drastico calo della partecipazione dovremmo eliminare gli ostacoli inutili alla mobilitazione democratica, non conservarli.

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3 mesi fa
Lavoro

Abolire il Ferragosto per decongestionare le vacanze, favorire il turismo e il potere d'acquisto

di Francesco Armillei

Il problema non è Ferragosto, né il diritto alle ferie. È il fatto che una parte enorme del Paese vada in vacanza nello stesso momento. L'Italia resta uno dei paesi europei in cui le ferie sono più concentrate: secondo Eurostat, nel 2025 il 22% dei pernottamenti degli italiani nelle strutture ricettive è avvenuto in agosto, terzo dato più alto dell'UE dopo Cipro e Croazia. In Francia siamo al 20%, in Spagna al 17%, in Germania al 13%. La concentrazione si è ridotta rispetto al passato — era il 27% nel 1990 e il 26% nel 2001 — ma rimane molto elevata. Gli effetti sono visibili. Secondo CNA, soltanto tra l'11 e il 23 agosto si muovono 17,4 milioni di turisti, generando oltre 78 milioni di pernottamenti e più di 15 miliardi di euro di impatto economico. Hotel e B&B raggiungono in agosto un tasso di riempimento vicino al 75%, contro una media annua di circa un posto letto su due. Questo significa prezzi più alti, traffico, sovraffollamento e pressione sulle località turistiche proprio quando, con estati sempre più calde, agosto è anche meno necessariamente il periodo migliore per partire. Ma c'è anche un costo economico meno visibile. Se clienti, fornitori, colleghi, uffici e servizi sono chiusi, anche la produttività di chi rimane al lavoro diminuisce. Uno studio sulla stagionalità produttiva citato dal Foglio stima che in Italia la capacità inutilizzata della manifattura sia circa il 30% più alta rispetto a Francia e Germania. È un classico problema di coordinamento: andare in ferie a Ferragosto è razionale per il singolo perché lo fanno tutti gli altri. Ma collettivamente potremmo stare meglio distribuendo maggiormente le ferie tra giugno, luglio, agosto e settembre: economia più continua e vacanze meno congestionate.

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3 mesi fa

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