Top 50
Ecco le 50 proposte vincitrici della prima fase delle Primarie delle Idee. Dopo quattro mesi di confronto e partecipazione, sono le idee che hanno raccolto più consenso nella nostra community.
Sono proposte che porteremo all'attenzione di tutte le forze che vogliono costruire un'alternativa all'attuale maggioranza. E saranno anche tra i mattoni principali per costruire i pilastri riformisti su cui saremo chiamati a votare dal 2 al 6 ottobre, dando spazio e valore a tutte le proposte e alla discussione che si è svolta nella nostra community.
Partecipazione riformista
Le nostre idee
Tutte le proposte delle primarie: la discussione che ha portato alla Top 50.
Meno Tasse sul Lavoro, Più Semplicità per Tutti
di ALBERTO LELA
La pressione fiscale in Italia rimane tra le più elevate d'Europa, con un sistema frammentato in decine di regimi speciali, acconti anticipati e adempimenti manuali che penalizzano soprattutto lavoratori autonomi e PMI. L'IRPEF convive con cedolare secca, regime forfettario, capital gain separati e dividendi a tassazione piatta, producendo disuguaglianze orizzontali: redditi uguali vengono tassati in modo molto diverso a seconda della fonte. L'IRAP colpisce le imprese anche in perdita, gravando sul costo del lavoro. Il sistema IVA richiede acconti e liquidazioni manuali nonostante l'infrastruttura della fatturazione elettronica (SDI) sia già pienamente operativa. Le tax expenditures — detrazioni e deduzioni — valgono circa 160 miliardi di euro l'anno e rendono insostenibile qualsiasi riduzione strutturale delle aliquote. La proposta di Riforma Fiscale Integrata v2.0 intende affrontare queste criticità attraverso quattro pilastri: unificazione dell'IRPEF, automazione dell'IVA, eliminazione graduale dell'IRAP e riequilibrio del carico verso patrimoni e rendite
Introduzione del Voto Elettronico con SPID per Massima Partecipazione
di Attilio Caputo
Il sistema di voto attuale, basato su schede cartacee e seggi fisici, presenta limiti evidenti che minano la piena partecipazione democratica. Per gli italiani residenti all'estero, le difficoltà logistiche sono spesso insormontabili: lunghe distanze dai consolati, costi di viaggio elevati e tempi di attesa scoraggiano milioni di potenziali elettori. Ma anche in Italia, l'impegno richiesto per recarsi al seggio può rappresentare un ostacolo per chi ha orari di lavoro stringenti, problemi di mobilità o semplicemente vive lontano dal proprio comune di residenza. Questa situazione non solo riduce l'affluenza alle urne, ma genera un senso di esclusione e disaffezione verso le istituzioni. È fondamentale modernizzare il processo elettorale per renderlo accessibile a tutti, garantendo che la voce di ogni cittadino possa essere ascoltata, indipendentemente dalla sua posizione geografica o dalle sue condizioni personali. Una democrazia forte si basa sulla massima partecipazione, e l'attuale sistema non è più all'altezza di questa sfida.
Sport diffuso e accessibile per tutti
di Italia Viva Milano
A partire dall’esperienza delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, proponiamo di promuovere progetti di sviluppo delle attività sportive , non solo di tipo agonistico, ma per tutti, con una visione: un modello per i territori, aperti e dinamici, capaci di trasformare ogni evento in occasione di crescita collettiva. Portare lo sport al centro per la prevenzione primaria e gli stili di vita come fattori essenziali per la tutela della salute individuale: è accertato l’impatto dell’attività fisica sulla salute delle persone e quindi sulla sostenibilità del sistema socio-sanitario. l’Italia è il peggiore Paese in UE-27 per dati relativi ai fattori di rischio legati alla sedentarietà: vogliamo invertire questo quadro e essere ai primi posti come lo siamo rispetto ad altri fattori di rischio come fumo e alcol e per i rischi nutrizionali. A partire da Milano e dalla sua area metropolitana vogliamo lanciare un modello di sviluppo per lo sport diffuso, con l’obbiettivo di raggiungere un alto tasso di partecipazione sportiva nella popolazione, garantendone e favorendone l’accesso a tutti i livelli in modo omogeneo e inclusivo.
Democrazia senza apparato: costruire oggetti politici mobilitanti
di Giovanni Durbiano
La politica italiana di sinistra ha un problema di onestà con se stessa. Continua a parlare di partecipazione, di valori, di democrazia dal basso — ma le strutture che rendevano possibile tutto questo non esistono più. Le sezioni di partito sono chiuse o vuote. Le case del popolo sono diventate circoli privati o sale affitto. Le reti di solidarietà che un tempo connettevano quartieri, categorie, generazioni si sono dissolte. Invocare più democrazia senza ricostruire le infrastrutture che la rendono possibile è come chiedere a qualcuno di telefonare senza dargli un telefono. Al posto di quelle strutture è arrivata la politica dei soggetti: il leader carismatico, il movimento personale, l’uomo solo al comando che promette di tagliare i nodi che i partiti non riuscivano a sciogliere. Non ha funzionato. Non ha funzionato a destra, dove il modello produce instabilità e confusione. Non ha funzionato a sinistra, dove ha prodotto personalismo senza radicamento. I soggetti si consumano in fretta quando non c’è niente sotto di loro. Nel frattempo, la sinistra ha trovato un surrogato comodo: i social. Ma i social non sono uno spazio di mobilitazione politica — sono uno spazio di riconoscimento reciproco. Si parla tra chi la pensa già allo stesso modo, ci si conferma a vicenda, si condanna chi sbaglia. È moralismo, non politica. E il moralismo allontana proprio le persone che bisognerebbe convincere: chi ha interessi concreti da difendere, chi sente il peso delle cose che non funzionano ma non si riconosce nel linguaggio dei valori progressisti. Con il 2027 alle porte, continuare su questa strada significa regalare il campo a chi sa parlare di pancia, di paura, di interesse immediato. La destra non vince perché ha idee migliori — vince perché intercetta pulsioni concrete: il timore per la sicurezza, il rancore verso chi “se la cava”, il desiderio di appartenere a qualcosa di riconoscibile. La sinistra non può rispondere con la superiorità morale. Deve imparare a fare politica a partire dagli stessi materiali: interessi, bisogni, appartenenze locali. Solo che orientandoli in modo diverso.
Italia 2.0 - Il nostro futuro, la nostra Italia, le nostre idee
di Christian Nota
L'Italia fatica a crescere, innovare e trattenere talenti perché il dibattito politico é spesso scollegato dai problemi concreti e dalle opportunità del futuro. Fenomeni come la fuga dei cervelli, la bassa produttività e il ritardo nell'innovazione richiedono un approccio nuovo: meno discussione astratta e più costruzione di soluzioni concrete, basate su esperienze reali e risultati misurabili. A questo si aggiunge una crescente distanza tra cittadini e politica, evidente nel livello di astensionismo sempre più elevato, soprattutto tra i giovani. Molti non si riconoscono in una politica percepita come distante, poco comprensibile e incapace di incidere realmente sulla loro vita quotidiana e sulle prospettive future. Allo stesso tempo, esiste un patrimonio spesso sottovalutato: gli italiani all'estero. Giovani che hanno lasciato il Paese alla ricerca di un futuro migliore, e che ora vivono in contesti dinamici e innovativi, da cui possono contribuire con idee, esperienze e modelli virtuosi. Al momento però manca un canale strutturato che permetta di valorizzare questo contributo e integrarlo nel dibattito politico nazionale in maniera seria, costante e con la visibilità che merita. Il problema quindi non é solo di contenuti che vengono proposti, o meglio non proposti, dalla politica, ma anche di linguaggio e di strumenti: le idee politiche spesso rimangono confinate a contesti tecnici o poco accessibili, senza riuscire a raggiungere un pubblico più ampio, in particolare tra le nuove generazioni. Serve dunque creare uno spazio continuativo, accessibile e comprensibile, capace di trasformare le idee politiche in contenuti chiari, sintetici e coinvolgenti, in grado di parlare il linguaggio delle nuove generazioni, ridurre la distanza tra politica e cittadini e stimolare una partecipazione politica più attiva, consapevole e fiduciosa.
Riformare le startup per liberare l’innovazione
di Marco Santalucia
Il problema che vogliamo affrontare è il ritardo strutturale dell’Italia nell’innovazione e nella crescita della produttività. Negli ultimi trent’anni il Paese ha faticato a sviluppare un ecosistema capace di trasformare ricerca, talento e impresa in crescita economica. Il tessuto produttivo italiano, composto in larga parte da micro e piccole imprese, fatica a raggiungere dimensioni adeguate, investire in ricerca e sviluppo, attrarre capitali e competere nei settori tecnologicamente più avanzati. Ne deriva una produttività quasi stagnante, una debole capacità di generare startup scalabili e una posizione arretrata rispetto ai principali partner europei. Il problema è aggravato da diversi fattori: scarsità di venture capital, bassa presenza di investitori esteri, burocrazia elevata, costi di costituzione societaria superiori rispetto ad altri Paesi, rigidità del modello societario, inefficacia di molti grants pubblici, debole collegamento tra università e impresa, Uffici di Trasferimento Tecnologico sottodimensionati e assenza di grandi hub di ricerca delle Big Tech. A questo si aggiunge la frammentazione del mercato europeo dei capitali, che rende più difficile per le startup crescere, raccogliere fondi e restare competitive a livello globale. È un tema importante perché l’innovazione non riguarda soltanto le startup, ma la capacità complessiva del Paese di crescere, creare lavoro qualificato, trattenere giovani talenti, attrarre investimenti internazionali e aumentare i salari. Senza un ecosistema innovativo forte, l’Italia rischia di restare intrappolata in un modello produttivo a basso valore aggiunto, fondato su imprese piccole, bassa produttività e limitata capacità tecnologica. Questo significa meno opportunità per le nuove generazioni, minore competitività internazionale e minori risorse per finanziare welfare, servizi pubblici e sviluppo territoriale. Il problema colpisce innanzitutto giovani imprenditori, ricercatori, studenti, lavoratori qualificati e startup, che spesso non trovano in Italia le condizioni per crescere e sono spinti a trasferirsi all’estero. Colpisce anche le università, che faticano a valorizzare la ricerca; le PMI, che restano isolate dai processi di innovazione; e l’intero sistema economico nazionale, che perde produttività, capitale umano e capacità di attrarre investimenti. Un Paese che innova poco cresce poco, offre salari più bassi e riduce le proprie possibilità di sviluppo futuro.
Voto Elettronico per i Fuorisede: Partecipazione Democratica Senza Ostacoli
di Rocco Calciano
È inaccettabile che nel XXI secolo migliaia di cittadini italiani siano di fatto privati del loro diritto fondamentale di voto a causa di mere barriere geografiche e burocratiche. Studenti e lavoratori fuorisede, che contribuiscono attivamente alla vita del nostro Paese, si trovano ogni volta di fronte a un bivio: affrontare costi e disagi significativi per tornare al proprio comune di residenza o rinunciare a esprimere la propria preferenza. Questa situazione non solo mina la partecipazione democratica, ma genera un profondo senso di frustrazione e alienazione. Un Paese moderno deve garantire a tutti i suoi cittadini, ovunque si trovino, la possibilità di esercitare pienamente i propri diritti civici senza 'artifizi e raggiri malefici' che rendono il processo un'odissea. È tempo di superare un sistema obsoleto che penalizza chi è costretto a spostarsi per studio o lavoro, assicurando che la distanza non sia più un pretesto per l'esclusione.
PIANO ANZIANI: Dalle RSA ai "Borghi della Terza Età"
di luca gosso
Renzi realizzò un grande piano scuola che ha migliorato il patrimonio edilizio scolastico dei Comuni e della Provincie italiane. Nei prossimi anni, con sempre più anziani, serve un piano anziani per rimettere a posto migliaia di case di riposo, investire su nuove forme residenziali dedicate alla terza età e puntare sull'invecchiamento attivo.
LA SCUOLA AL CENTRO
di Alessandro Beltrame
Il cuore pulsante della nostra società, la scuola, soffre di un malessere profondo che mina la qualità dell'istruzione e il futuro dei nostri giovani. Il problema non risiede tanto in cosa si insegna, ma in come lo si fa. Metodologie didattiche obsolete e una formazione insufficiente degli insegnanti rendono l'apprendimento meno coinvolgente e meno efficace, lasciando gli studenti impreparati alle sfide del mondo moderno. A questo si aggiunge una piaga silenziosa ma devastante: le condizioni economiche precarie dei nostri docenti, in particolare quelli a tempo determinato. È inaccettabile che chi ha il compito di formare le nuove generazioni debba lottare con stipendi inadeguati e incertezza contrattuale. Questa situazione demotiva i professionisti più brillanti, allontana i giovani talenti dalla carriera docente e, in ultima analisi, compromette la qualità dell'insegnamento che i nostri figli meritano. È una questione di dignità per i lavoratori e di futuro per la nazione.
Introduzione del principio di equità generazionale in Costituzione
di Nicolò Montali
Il patto sociale italiano è oggi gravemente compromesso da una gestione finanziaria che ha sistematicamente scaricato i costi del presente sulle generazioni future. L'articolo 81 della Costituzione, nato per garantire equilibrio, è stato svuotato di significato da una prassi politica che ha trasformato il debito pubblico in uno strumento per finanziare privilegi insostenibili, spesso mascherati da diritti acquisiti. Questa distorsione colpisce duramente i giovani, costretti a sostenere il peso di interessi su debiti mai contratti e a finanziare pensioni sproporzionate rispetto ai contributi versati. Non si tratta solo di una questione contabile, ma di una profonda ingiustizia etica che mina la fiducia nel futuro e la tenuta stessa della nostra democrazia. È necessario riconoscere che la protezione di rendite ingiustificate a scapito delle nuove generazioni non è un diritto, ma un privilegio che sta ipotecando la crescita e la stabilità del Paese.
PICCOLI REATTORI MODULARI NELL’AMBITO DI UN PIANO ENERGETICO VENTENNALE
di Tommaso Pulci
Indipendenza energetica e reattori nucleri
Raggiungere l'Indipendenza Energetica con il Nucleare di Nuova Generazione
di Raphael Heynen
L'Italia si trova oggi di fronte a una sfida energetica cruciale: la nostra dipendenza dall'estero ci rende vulnerabili alle fluttuazioni geopolitiche e ai rincari, colpendo direttamente le tasche dei cittadini e la competitività delle nostre imprese. Sebbene le fonti rinnovabili siano fondamentali, è evidente che da sole non possono garantire la piena indipendenza e la stabilità necessaria per un sistema energetico robusto e resiliente. È un problema che mi sta profondamente a cuore, perché l'energia è il motore della nostra economia e della nostra vita quotidiana; non possiamo permetterci di lasciare il nostro futuro energetico in balia di decisioni altrui. Dobbiamo agire con lungimiranza per assicurare un approvvigionamento sicuro, stabile e a costi accessibili per tutti.