Democrazia senza apparato: costruire oggetti politici mobilitanti
di Giovanni Durbiano
31 maggio 2026
Tema
La politica italiana di sinistra ha un problema di onestà con se stessa. Continua a parlare di partecipazione, di valori, di democrazia dal basso — ma le strutture che rendevano possibile tutto questo non esistono più. Le sezioni di partito sono chiuse o vuote. Le case del popolo sono diventate circoli privati o sale affitto. Le reti di solidarietà che un tempo connettevano quartieri, categorie, generazioni si sono dissolte. Invocare più democrazia senza ricostruire le infrastrutture che la rendono possibile è come chiedere a qualcuno di telefonare senza dargli un telefono. Al posto di quelle strutture è arrivata la politica dei soggetti: il leader carismatico, il movimento personale, l’uomo solo al comando che promette di tagliare i nodi che i partiti non riuscivano a sciogliere. Non ha funzionato. Non ha funzionato a destra, dove il modello produce instabilità e confusione. Non ha funzionato a sinistra, dove ha prodotto personalismo senza radicamento. I soggetti si consumano in fretta quando non c’è niente sotto di loro. Nel frattempo, la sinistra ha trovato un surrogato comodo: i social. Ma i social non sono uno spazio di mobilitazione politica — sono uno spazio di riconoscimento reciproco. Si parla tra chi la pensa già allo stesso modo, ci si conferma a vicenda, si condanna chi sbaglia. È moralismo, non politica. E il moralismo allontana proprio le persone che bisognerebbe convincere: chi ha interessi concreti da difendere, chi sente il peso delle cose che non funzionano ma non si riconosce nel linguaggio dei valori progressisti. Con il 2027 alle porte, continuare su questa strada significa regalare il campo a chi sa parlare di pancia, di paura, di interesse immediato. La destra non vince perché ha idee migliori — vince perché intercetta pulsioni concrete: il timore per la sicurezza, il rancore verso chi “se la cava”, il desiderio di appartenere a qualcosa di riconoscibile. La sinistra non può rispondere con la superiorità morale. Deve imparare a fare politica a partire dagli stessi materiali: interessi, bisogni, appartenenze locali. Solo che orientandoli in modo diverso.
Soluzione
La svolta non sta nel trovare il leader giusto o il messaggio giusto. Sta nel costruire gli strumenti giusti — oggetti politici concreti, dispositivi che fanno agire le persone insieme a partire da problemi reali, non da identità condivise. Una comunità energetica che abbassa le bollette di un quartiere popolare è un oggetto politico. Un bilancio partecipativo che decide dove mettere i fondi del municipio è un oggetto politico. Una cooperativa di piattaforma che toglie il monopolio a un’app e redistribuisce i proventi ai lavoratori è un oggetto politico. Funzionano perché partono dall’interesse, non dalla convinzione. Prima direzione: serve una legge-quadro che riconosca e sostenga questi dispositivi. Esistono già — comunità energetiche, patti di collaborazione per i beni comuni, assemblee di quartiere con mandato deliberativo — ma vivono in un limbo normativo che li rende fragili e non scalabili. Il modello c’è: a Bruxelles nel 2019 un movimento per il sorteggio ha ottenuto un seggio in parlamento e lo ha usato per far istituire commissioni miste con 45 cittadini sorteggiati e 15 parlamentari, con potere deliberativo reale. In Italia manca la cornice istituzionale che trasformi le esperienze locali in sistema. Seconda direzione: usare l’intelligenza artificiale per allargare la partecipazione, non per semplificarla. Non i grandi modelli proprietari che producono risposte confezionate, ma strumenti aperti che mappano il disaccordo e lo rendono navigabile. Taiwan ha usato Pol.is per costruire 26 leggi nazionali partendo dall’opinione di centinaia di migliaia di cittadini. La Francia ha usato Make.org per la Convenzione sul fine vita: 185 cittadini sorteggiati, 11.000 partecipanti online, proposte arrivate in Parlamento. Un programma nazionale di sperimentazione in venti Comuni capoluogo, finanziato con fondi PNRR, è realizzabile nei prossimi due anni. Terza direzione: formare chi questi strumenti li deve costruire e gestire. Non corsi sulla democrazia partecipativa in astratto — laboratori pratici per amministratori locali, operatori del terzo settore, militanti. Come si costruisce un bilancio partecipativo che produce decisioni vincolanti. Come si gestisce un’assemblea di quartiere senza che si trasformi nel club dei soliti. Come si usa l’AI per aggregare posizioni diverse invece di amplificare quelle già maggioritarie. La competenza tecnica è politica: senza di essa, gli oggetti restano esperimenti.
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