Riformare le startup per liberare l’innovazione
di Marco Santalucia
30 maggio 2026
Tema
Il problema che vogliamo affrontare è il ritardo strutturale dell’Italia nell’innovazione e nella crescita della produttività. Negli ultimi trent’anni il Paese ha faticato a sviluppare un ecosistema capace di trasformare ricerca, talento e impresa in crescita economica. Il tessuto produttivo italiano, composto in larga parte da micro e piccole imprese, fatica a raggiungere dimensioni adeguate, investire in ricerca e sviluppo, attrarre capitali e competere nei settori tecnologicamente più avanzati. Ne deriva una produttività quasi stagnante, una debole capacità di generare startup scalabili e una posizione arretrata rispetto ai principali partner europei. Il problema è aggravato da diversi fattori: scarsità di venture capital, bassa presenza di investitori esteri, burocrazia elevata, costi di costituzione societaria superiori rispetto ad altri Paesi, rigidità del modello societario, inefficacia di molti grants pubblici, debole collegamento tra università e impresa, Uffici di Trasferimento Tecnologico sottodimensionati e assenza di grandi hub di ricerca delle Big Tech. A questo si aggiunge la frammentazione del mercato europeo dei capitali, che rende più difficile per le startup crescere, raccogliere fondi e restare competitive a livello globale. È un tema importante perché l’innovazione non riguarda soltanto le startup, ma la capacità complessiva del Paese di crescere, creare lavoro qualificato, trattenere giovani talenti, attrarre investimenti internazionali e aumentare i salari. Senza un ecosistema innovativo forte, l’Italia rischia di restare intrappolata in un modello produttivo a basso valore aggiunto, fondato su imprese piccole, bassa produttività e limitata capacità tecnologica. Questo significa meno opportunità per le nuove generazioni, minore competitività internazionale e minori risorse per finanziare welfare, servizi pubblici e sviluppo territoriale. Il problema colpisce innanzitutto giovani imprenditori, ricercatori, studenti, lavoratori qualificati e startup, che spesso non trovano in Italia le condizioni per crescere e sono spinti a trasferirsi all’estero. Colpisce anche le università, che faticano a valorizzare la ricerca; le PMI, che restano isolate dai processi di innovazione; e l’intero sistema economico nazionale, che perde produttività, capitale umano e capacità di attrarre investimenti. Un Paese che innova poco cresce poco, offre salari più bassi e riduce le proprie possibilità di sviluppo futuro.
Soluzione
A definire una startup non sono requisiti formali o adempimenti burocratici, ma la capacità di proporre soluzioni nuove, attrarre investimenti, crescere rapidamente e competere. La normativa italiana, invece, ha spesso cercato di individuare l’innovazione attraverso criteri predeterminati, premiando la conformità amministrativa più che il potenziale imprenditoriale. Per questo non serve abolire subito lo Startup Act del 2012, ormai radicato nelle prassi, ma correggerlo in modo mirato. Il primo intervento riguarda l’accesso allo status. L’autocertificazione andrebbe mantenuta, ma affiancata da una verifica sostanziale affidata a un soggetto pubblico tecnico, come Invitalia, sul modello dell’ENISA spagnola. La valutazione dovrebbe essere digitale, rapida e fondata su elementi concreti: innovatività, scalabilità, qualità del team, validazione di mercato, capitale raccolto e prospettive di crescita. In cambio, andrebbero ridotti i costi amministrativi e notarili di costituzione. Lo status diventerebbe così meno formale e più credibile per investitori, partner e istituzioni.Vanno poi eliminati i requisiti che condizionano impropriamente le scelte delle imprese, come l’impiego di dottori di ricerca o ricercatori, oppure la stipula di contratti di sperimentazione con la Pubblica Amministrazione. Questi criteri non misurano davvero l’innovazione: una startup può essere innovativa senza personale accademico e può crescere su mercati privati o internazionali senza passare dalla PA. Il rapporto con il settore pubblico deve restare un’opportunità, non una condizione. Nel medio-lungo periodo, il baricentro della disciplina dovrebbe spostarsi dallo status di startup alla crescita effettiva delle scaleup. Gli incentivi più rilevanti dovrebbero essere riservati alle imprese che dimostrano risultati verificabili: raccolta di capitale privato, aumento dei ricavi, occupazione qualificata, internazionalizzazione o forte trazione di mercato. Il sostegno pubblico non deve premiare l’iscrizione a un registro, ma la capacità concreta di crescere. Accanto a ciò, va modernizzato il modello di SRL. Servono meno vincoli sul capitale minimo, pieno riconoscimento dei conferimenti immateriali come brevetti, software e know-how, maggiore flessibilità nella governance e legittimazione di strumenti come patti parasociali, lock-up, tag-along e drag-along. Occorre inoltre facilitare l’uso di strumenti finanziari innovativi e rendere più flessibili le regole sulle perdite iniziali.
Punteggio
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