Fecondazione assistita: stessi diritti, ovunque
di cristina de pasquale
21 agosto 2026
Tema
In Italia il diritto ad accedere alla procreazione medicalmente assistita non è ancora realmente uguale per tutte le coppie. Sebbene la PMA sia inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza, l’accesso concreto continua a dipendere dalla Regione di residenza: cambiano limiti di età, ticket, numero effettivo di tentativi finanziati, disponibilità dei centri e tempi delle liste d’attesa. Questo produce una profonda ingiustizia: chi ha risorse economiche può rivolgersi al privato o spostarsi in un’altra Regione; chi non le ha è costretto a rinunciare, aspettare troppo a lungo o affrontare costi elevati. In un percorso in cui il fattore tempo è decisivo, le differenze territoriali diventano differenze di diritti. C’è inoltre un problema nel mondo del lavoro. Le persone che intraprendono un percorso di PMA devono affrontare visite, esami, terapie e procedure cliniche frequenti, spesso senza tutele specifiche. Anche il partner che accompagna e sostiene la persona sottoposta al trattamento non dispone di permessi dedicati. Questo costringe molte coppie a usare ferie, permessi ordinari o ad assentarsi con difficoltà, aumentando stress e disuguaglianze. La natalità non si sostiene soltanto con gli annunci: occorre rendere concreto il diritto di chi desidera diventare genitore, senza che il luogo in cui vive o il lavoro che svolge determinino le sue possibilità.
Soluzione
Proponiamo una legge nazionale per rendere effettivamente uguale, in tutta Italia, il diritto di accesso alla procreazione medicalmente assistita. La PMA deve essere garantita dal Servizio sanitario nazionale con criteri uniformi, senza differenze legate alla Regione di residenza, alla disponibilità economica o alla capacità dei singoli territori di organizzare i servizi. La legge deve assicurare in ogni Regione l’applicazione piena e omogenea dei LEA: accesso fino al compimento dei 46 anni della donna, fino a 6 cicli complessivi garantiti dal SSN, copertura omogenea delle prestazioni e dei farmaci necessari, ticket nazionale sostenibile e trasparente, tempi massimi di attesa e monitoraggio pubblico delle liste. Oggi i LEA già prevedono PMA fino a 46 anni e fino a 6 cicli, ma occorre garantire che queste tutele siano concrete e uguali in ogni territorio. Proponiamo inoltre l’istituzione di permessi speciali retribuiti per le lavoratrici e i lavoratori impegnati in un percorso di PMA. Devono coprire visite, esami, terapie, prelievi, transfer e procedure cliniche certificate, senza costringere le persone a consumare ferie o permessi ordinari. Gli stessi permessi devono essere riconosciuti anche al coniuge, al partner dell’unione civile o al convivente che accompagna la persona sottoposta al trattamento, perché la PMA è un percorso di coppia e richiede presenza, supporto e corresponsabilità. La misura può essere attuata aggiornando il Testo unico sulla maternità e paternità, con copertura contributiva e rimborsi alle imprese, soprattutto piccole e medie. L’obiettivo è semplice: permettere a chi desidera avere un figlio di affrontare il percorso sanitario senza subire una penalizzazione economica, lavorativa o territoriale.
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