Più salario, meno cuneo: il lavoro torna a dare futuro
di Giuseppe Salerno
2 settembre 2026
Tema
Lavorare deve tornare a significare vivere meglio Il lavoro è uno dei principali strumenti di autonomia, dignità e inclusione sociale. Eppure oggi, per molte persone, lavorare non significa necessariamente stare meglio. In Italia il problema non è soltanto il livello delle retribuzioni, ma la distanza tra il costo sostenuto dall’impresa e ciò che effettivamente arriva nella busta paga del lavoratore. Su questo pesa un sistema fiscale e contributivo che rende il lavoro costoso per chi assume e, allo stesso tempo, riduce il reddito disponibile di chi lavora. La questione salariale si intreccia inoltre con precarietà, part-time involontario, contratti poveri e differenze territoriali. Nel Mezzogiorno queste criticità sono ancora più evidenti: meno opportunità, salari mediamente più bassi e maggiore difficoltà per giovani e donne a costruire un percorso professionale stabile. Ridurre il peso fiscale sul lavoro e aumentare i salari, quindi, non può essere una gara a chi promette di più. Ogni riduzione delle tasse deve avere una copertura finanziaria e ogni aumento stabile dei salari deve essere sostenibile per le imprese. La vera sfida è spostare il peso fiscale dal lavoro verso ciò che produce meno valore, contrastare l’evasione e utilizzare le risorse disponibili per rendere più conveniente assumere, investire e pagare meglio. Un Paese che vuole crescere deve fare del lavoro di qualità una priorità: non semplicemente più occupazione, ma occupazione stabile, qualificata e adeguatamente retribuita.
Soluzione
Più salario netto, meno costo del lavoro La prima scelta deve essere una riduzione strutturale del cuneo fiscale e contributivo, concentrata soprattutto sui redditi medio-bassi, così che ogni aumento della retribuzione si traduca realmente in maggiore disponibilità economica per il lavoratore. L’intervento dovrebbe essere stabile e progressivo, evitando bonus temporanei che rendono difficile programmare il futuro. Occorre poi incentivare gli aumenti salariali attraverso una detassazione selettiva degli incrementi contrattuali, della produttività e della partecipazione agli utili, premiando le imprese che scelgono di redistribuire una parte della crescita ai propri dipendenti. Parallelamente va rafforzata la contrattazione collettiva e contrastato il fenomeno dei contratti pirata, garantendo salari minimi contrattuali effettivamente dignitosi. Per le imprese, soprattutto piccole e medie, la riduzione del costo del lavoro deve accompagnarsi a incentivi semplici e automatici per le assunzioni stabili, la formazione e gli investimenti in innovazione. Particolare attenzione deve essere riservata a giovani, donne e Mezzogiorno, dove il divario occupazionale resta più forte. Le risorse possono essere recuperate attraverso una seria lotta all’evasione e all’elusione fiscale, la revisione delle agevolazioni meno efficaci e una spending review selettiva, evitando di finanziare interventi strutturali con nuovo debito. L’obiettivo non deve essere semplicemente “pagare meno tasse”, ma costruire un sistema nel quale chi lavora guadagni di più, chi assume sostenga un costo più equo e chi produce valore sia incentivato a investire e creare buona occupazione. Meno slogan, più salario e più produttività: è questa la strada per rendere il lavoro davvero conveniente per tutti.
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