La sicurezza sul lavoro, sulle strade e nelle case è soprattutto un problema di mentalità
di ezio Trentini
27 maggio 2026
Tema
Grande impressione ha fatto la recente strage di ragazzi nel rogo di un locale pubblico in Svizzera, tragedia facilmente evitabile se chi gestiva il locale avesse avuto un minimo di sensibilità sui rischi domestici e se le autorità pubbliche di controllo avessero avuto adeguata formazione. Qui l’ignoranza l’ha fatta da padrona, gestori incoscienti e controllori superficiali sono stati essi stessi vittime della strage, trasformati in criminali dalle loro negligenze, come accade il più delle volte anche con chi provoca incidenti stradali mortali. Sbagliata è stata la reazione di certa politica, che ha gridato allo scandalo perché i presunti unici colpevoli del rogo sono stati scarcerati in attesa di giudizio, senza rilevare che la causa prima di quella tragedia, l’ignoranza appunto, è poco combattuta, non solo in Svizzera ma anche in Italia, come hanno dimostrato i controlli su locali di casa nostra effettuati dopo la tragedia. Investire in sicurezza, adeguando il livello di consapevolezza della popolazione agli standard moderni, spetta a mio avviso prima di tutto agli organi dello Stato. Va sensibilizzata la politica, a partire dai suoi vertici, che si limitano spesso a proclami densi di indignazione, senza autocritica, perché ancora convinti che gli investimenti in sicurezza siano spese senza ritorno, né economico né elettorale, anzi frenati, nel contrasto ad azioni pericolose come la velocità dei veicoli sulle strade, dal timore di perdere consensi. Basta guardare le difficoltà degli amministratori illuminati delle grandi città ad introdurre le “zone a 30” e la lotta agli autovelox (che perdono gran parte della loro efficacia dall’insensata regola di dover essere segnalati) di una certa parte politica. Assistiamo invece ad un preoccupante disimpegno delle pubbliche amministrazioni e delle grandi aziende partecipate dallo Stato, che hanno chiuso o trascurano importanti Centri di Ricerca che operano nel settore della sicurezza. Mi riferisco all’ISMES di Bergamo ed al CISE di Segrate, chiusi nel 2004 dall’ENEL, relegando in uffici amministrativi valenti ricercatori che tutto il mondo scientifico ci invidiava e che sarebbero stati in grado di mettere a punto tecnologie di controllo e prevenzione di catastrofi come quella del ponte Morandi di Genova nel 2018.
Soluzione
Lo Stato in tutte le sue espressioni, dalle amministrazioni centrali alle regionali alle partecipate, deve ricominciare ad investire in sicurezza. A mio avviso sono necessarie prima di tutto campagne di educazione alla sicurezza, a partire dai dirigenti, come hanno fatto le grandi aziende negli anni ’70. Ricordo che a quei tempi, lavoravo in una grande azienda privata di Sesto San Giovanni, con un semplice ma rigoroso corso di formazione dei dirigenti si ridussero drasticamente indice di frequenza ed indice di gravità degli infortuni in azienda. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione nelle scuole, con diffusione di pubblicazioni come i magnifici testi editi una ventina d’ anni fa da Alenia Aeronautica in collaborazione con INAIL. È necessaria una sistematica diffusione dei dati sugli infortuni, dando evidenza agli enormi costi per la collettività di morti e feriti in incidenti sul lavoro, sulle strade, nelle abitazioni e nei luoghi pubblici. Diffusione non solo tra gli addetti ai lavori, come già avviene a cura di ISTAT, INAIL ed altri Enti, ma orientata verso il grande pubblico. È necessario un coordinamento di tutti gli enti che si interessano di sicurezza, dalle ASL, ai laboratori che si occupano di analisi delle rotture e di metodologie di controllo, alla polizia stradale, alle numerose associazioni create dai parenti delle vittime. In quest’ambito vanno ripristinati e/o rilanciati i Centri di Ricerca che si occupano di sicurezza, magari facendoli rientrare nelle Università, ma con un adeguato coordinamento, orientamento degli obiettivi e misurazione dei risultati. C’è insomma da rendere più efficiente la lotta agli incidenti, sul lavoro, nei luoghi pubblici, in casa e sulle strade, ma soprattutto bisogna convincere la gente, dai politici agli elettori, che questi morti e feriti, tragedia per gli interessati e costo abnorme ed amaro per la collettività, non sono un indispensabile tributo al progresso, ma un indice di arretratezza culturale e spreco di risorse. Solo così sarà possibile ridimensionare la mattanza giornaliera, in Italia 8 morti sulle strade, 3 morti sul lavoro e addirittura 20 in casa, 12000 morti all’anno: una vergogna della nostra civiltà.
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