Professioni ordinistiche
di Denis Consonni
28 maggio 2026
Tema
Negli ultimi anni l’Ue ha cercato di adattarsi ai cambiamenti tecnologici e alla crescente competizione globale, promuovendo innovazione, digitalizzazione e nuove professioni. Tuttavia, l’Italia continua a mantenere in molti settori un sistema fortemente regolato da ordini professionali che, in alcuni casi, rischiano di rappresentare più un ostacolo che una garanzia per cittadini e imprese. Gli ordini professionali nascono con una funzione precisa: tutelare la qualità delle prestazioni, garantire standard etici e proteggere interessi pubblici rilevanti. Questa logica appare ancora oggi giustificata in professioni che incidono direttamente su diritti fondamentali o sulla sicurezza delle persone, come la professione forense o quella medica. Tuttavia, esistono altri ambiti nei quali il valore aggiunto dell’ordine professionale appare meno evidente: ordini come quelli dei dottori agronomi, dei geologi o dei consulenti del lavoro spesso impongono vincoli di accesso, requisiti burocratici e riserve di attività che limitano la concorrenza e rendono più difficile l’ingresso di giovani professionisti o di nuove competenze interdisciplinari. In un’economia sempre più orientata all’innovazione e alla flessibilità, tali rigidità possono rallentare la crescita di nuovi modelli professionali e scoraggiare investimenti e sperimentazione. La tecnologia sta trasformando rapidamente il mondo del lavoro: intelligenza artificiale, consulenza digitale, analisi dei dati e piattaforme innovative stanno ridefinendo competenze e servizi. In questo scenario, un sistema troppo chiuso rischia di restare ancorato a modelli del passato, proteggendo strutture consolidate più che il reale interesse collettivo. Il problema non è dunque eliminare ogni forma di regolazione, ma interrogarsi su quali ordini professionali siano ancora realmente necessari e quali invece possano essere ripensati per favorire un mercato più aperto, competitivo e dinamico.
Soluzione
L’Italia dovrebbe avviare una revisione selettiva del sistema degli ordini professionali, superando quelli che non svolgono una funzione essenziale di tutela dell’interesse pubblico. Dove non esistono rischi concreti per diritti fondamentali, sicurezza o salute, la presenza di un ordine professionale rischia di trasformarsi in una barriera all’accesso del mercato. L’obiettivo non deve essere abolire indiscriminatamente ogni regolazione, ma distinguere tra professioni che richiedono garanzie rigorose e professioni nelle quali qualità e competenza possono essere garantite attraverso strumenti diversi: certificazioni volontarie, trasparenza delle competenze, concorrenza e responsabilità professionale. Aprire questi settori significherebbe favorire la nascita di nuove professionalità, rendere più semplice l’ingresso dei giovani, incentivare l’innovazione e aumentare la competitività del sistema economico italiano. Inoltre, una maggiore concorrenza potrebbe tradursi in servizi più efficienti e costi più contenuti per cittadini e imprese.
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