Il diritto al secondo tempo
di Maura Chessa
9 settembre 2026
Tema
Famiglie monogenitoriali. Donne che desiderano un figlio pur non avendo un marito o compagno. Il problema a cui si cerca di dare soluzione o almeno rallentare è la denatalità e spopolamento
Soluzione
In Italia continuiamo ad affrontare la crisi della natalità soprattutto attraverso bonus, assegni e incentivi economici. Sono strumenti importanti, ma evidentemente non bastano. La Sardegna ne è la dimostrazione più evidente: con 0,85 figli per donna registra il dato di fecondità più basso d’Italia. Forse dobbiamo cambiare la domanda: non chiederci soltanto quanto costa avere un figlio, ma quanto tempo serve per poterlo crescere senza rinunciare al lavoro e alla propria autonomia. La società è cambiata. Aumentano le persone che vivono sole e le famiglie monoparentali. Ci sono madri e padri che crescono da soli i propri figli e donne che desidererebbero diventare madri ma rimandano perché, non avendo un partner, temono di non riuscire a conciliare maternità e lavoro. Essere single non significa non essere una famiglia. Propongo quindi il “Diritto al Secondo Tempo”: una nuova forma di welfare per le famiglie monoparentali. Non l’ennesimo bonus in denaro, ma un Conto del Tempo di Cura: un monte ore annuale di servizi finanziati dallo Stato, utilizzabile attraverso professionisti e strutture accreditate per babysitting, prolungamento degli orari di nidi e scuole dell’infanzia, doposcuola, accompagnamento, assistenza quando il bambino è malato e centri estivi. Perché una madre che lavora fino alle 19 non ha necessariamente bisogno dell’ennesimo assegno: ha bisogno di sapere chi prenderà suo figlio alle 16.30. Il principio è che i diritti di cura debbano seguire il bambino, non la struttura della coppia. Un bambino che cresce con un solo genitore non deve avere meno possibilità di cura perché nella sua casa c’è un solo adulto. La misura non dovrebbe essere destinata esclusivamente alle fasce economicamente più fragili: anche una lavoratrice autonoma, una professionista o un’imprenditrice può avere un reddito adeguato ma non disporre del tempo e della rete familiare necessari. Propongo di sperimentare il modello proprio a Nuoro e nelle aree interne della Sardegna, dove denatalità e spopolamento raggiungono livelli particolarmente preoccupanti. Un laboratorio di due anni, coinvolgendo Stato, Regione, Comuni, servizi territoriali, Terzo settore e professionisti accreditati, per valutarne gli effetti sull’occupazione femminile, sulla conciliazione e sulle scelte di maternità. Da anni proviamo a combattere la denatalità chiedendoci quanti soldi servano per fare un figlio. Forse è arrivato il momento di capire che alle famiglie non mancano soltanto i soldi.
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