Il diritto allo studio è imprescindibile dal tema casa: elaboriamo un piano nazionale per le residenze universitarie
di Marco Boi
5 agosto 2026
Tema
In Italia solo il 31,1% dei giovani tra i 25 e i 34 anni è laureato: siamo penultimi nell’Unione europea, quasi quattordici punti sotto la media del 44,8% e lontani dall’obiettivo del 45% fissato per il 2030 (Eurostat, elaborazione Openpolis 2026). Tra le cause di questo ritardo ce n’è una raramente affrontata come politica dell’istruzione: il costo di studiare lontano da casa. Scrivo da studente fuori sede beneficiario di borsa di studio. Come molti, ho dovuto cercare casa senza sapere se e quando il sostegno sarebbe arrivato. In Italia i posti letto per studenti, tra pubblico, privato e convenzionato, sono circa 80mila: coprono appena il 12% dei fuori sede e il 5% della popolazione universitaria, rispetto al 9% della Germania. Per raggiungere la copertura media europea del 20% servirebbero circa 130mila posti: ne mancano quasi 50mila. Dove l’offerta pubblica non arriva, decide il mercato. Una stanza singola costa in media 575 euro al mese: 704 a Milano, 627 a Firenze, 615 a Roma e 585 a Bologna. Nonostante il recente calo, nelle città dei dieci maggiori atenei statali i canoni sono aumentati del 41% in sei anni (Immobiliare.it Insights, agosto 2026). La borsa per gli studenti fuori sede vale 7.072,10 euro l’anno. Dodici mensilità al canone medio nazionale costano 6.900 euro; a Milano, il solo affitto supera l’intera borsa. Lo strumento principale del diritto allo studio viene così assorbito quasi interamente dalla casa, lasciando fuori cibo, trasporti e libri. Anche la detrazione fiscale per gli affitti è inadeguata: il 19% su un massimo di 2.633 euro, poco più di 500 euro l’anno. In particolare, essendo una detrazione IRPEF, non comprende chi ha un’imposta insufficiente da abbattere. La famiglia più povera può quindi ricevere zero: l’esatto contrario di ciò che dovrebbe fare una politica per il diritto allo studio.
Soluzione
Il PNRR si chiude il 31 agosto 2026, e ci lascia con sé due lezioni. La prima è che non ha finanziato direttamente la costruzione delle residenze, ma la riduzione temporanea dei canoni: i costi restano ai proponenti e, dopo dodici anni, gli alloggi possono tornare al mercato. La seconda è che target e risorse sono stati dimezzati, da 60mila a 30mila posti e da 1,198 miliardi a 599 milioni. Per salvare i fondi residui è stato creato un veicolo finanziario affidato a CDP: uno strumento temporaneo ha dovuto dotarsi di una struttura più stabile. Quella struttura va resa permanente, ricapitalizzandola con risorse nazionali e integrandola nella legge 338/2000. Dovrebbe finanziare immobili pubblici o senza scopo di lucro, con vincoli almeno trentennali e metà dei posti riservata al diritto allo studio. L’obiettivo è raggiungere entro il 2035 una copertura del 20% dei fuori sede, creando circa 50mila posti. Serve inoltre sostituire l’attuale detrazione fiscale con un contributo mensile all’affitto, calcolato sull’ISEE, parametrato ai canoni locali e subordinato alla registrazione del contratto. In questo modo si aiuterebbero anche le famiglie incapienti e si favorirebbe l’emersione degli affitti irregolari. Infine, un’anagrafe nazionale dovrebbe rendere pubblici prezzi, vincoli e utilizzo di ogni posto finanziato. La scelta politica è quindi chiara: dopo il PNRR, le risorse devono finanziare investimenti in conto capitale, non sussidi temporanei. Ogni euro pubblico dovrebbe creare un posto letto destinato a restare tale anche dopo la laurea di chi oggi ne ha bisogno.
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