Il tema — Il salario non si taglia, si produce - Tutto si tiene
di Paolo Costanzo
5 settembre 2026
Tema
L'Italia le tasse sul lavoro le ha ridotte davvero. Il cuneo fiscale è sceso al 45,8 per cento del costo del lavoro nel 2025, dal 47,1 dell'anno prima; la legge di bilancio 2026 ha impegnato circa quattordici miliardi fra taglio del cuneo e riduzione della seconda aliquota Irpef. Nello stesso Paese, a fine 2025, il potere d'acquisto delle retribuzioni contrattuali resta inferiore dell'8,6 per cento rispetto a gennaio 2019. I due dati non si contraddicono: si spiegano. Ridurre il prelievo non crea salario, lo trasferisce. Sposta valore già prodotto dall'erario alla busta paga. Se il valore per ora lavorata non cresce, quel trasferimento si paga altrove — sanità, scuola, investimenti, debito — e nessuno diventa più ricco: cambia solo chi impoverisce. E il valore per ora lavorata non cresce. Fra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è aumentata in media dello 0,3 per cento l'anno; è calata del 2,7 nel 2023 e dell'1,9 nel 2024, perché le ore lavorate sono cresciute molto più del valore aggiunto. Non è pigrizia di chi lavora: abbiamo creato occupazione soprattutto dove ogni ora vale meno. Poi c'è un problema di metodo. Il taglio va riconfermato ogni anno in manovra. Un beneficio che può sparire non entra in un mutuo, in un affitto, nella decisione di avere un figlio: è un bonus, non uno stipendio. E poiché lo Stato paga l'aumento al posto dell'impresa, l'impresa non ha più motivo di concederlo. Il taglio diventa il sostituto della contrattazione, non il suo acceleratore. Infine si è rotto il canale. La copertura contrattuale è scesa da circa l'85 per cento del 2010 al 70; la quota dei salari sul PIL ha perso quattro punti in vent'anni. Con il canale ostruito, non c'è alleggerimento fiscale che arrivi a destinazione. Il conto lo paga Davide, trentacinque anni, al sesto contratto a termine, la cui produttività cresce ogni anno senza che la busta paga se ne accorga. Lo pagano le imprese che vorrebbero salari più alti e competono con chi tiene i costi bassi. Lo paga il sistema pensionistico, che si finanzia su una base che stiamo alleggerendo senza sostituirla. Qui tutto si tiene, o niente regge: fisco, contrattazione, formazione e politica industriale sono quattro lati dello stesso salario. Chi promette di ridurre il prelievo senza dire chi paga al suo posto, quale spesa si riduce o da dove viene il valore in più, non sta facendo una proposta. Sta firmando un assegno su un conto che non è il suo.
Soluzione
La soluzione — Tre leve, una regola, ventiquattro mesi Nessuna misura porta duecento euro in busta paga il mese prossimo. Quello che si può fare è renderli prevedibili, ripetibili e finanziati. Tre leve, in quest'ordine. 1) Rendere strutturale ciò che è provvisorio. Il taglio del cuneo va scritto una volta sola, in legge pluriennale, con profilo decrescente al crescere del reddito e copertura dichiarata per l'intero orizzonte. Costo noto: circa tre miliardi per punto di contribuzione. Un'agevolazione permanente entra nelle trattative contrattuali e nei piani d'impresa; un bonus annuale no. E le coperture vanno dette con aritmetica onesta: le spese fiscali valgono 128,6 miliardi, ma la parte davvero rivedibile in ambito Irpef è di circa sedici — il resto è struttura dell'imposta, e toglierlo è un aumento di tasse travestito. Un punto di recupero del tax gap vale sei miliardi. Il resto del prelievo va spostato dove il valore si forma: modelli, licenze, proprietà intellettuale, capacità di calcolo. Sono basi mobili, che un fisco nazionale non raggiunge e una fiscalità coordinata europea sì. Chi promette di tassare le rendite senza dire quali e a quale livello, promette a vuoto. 2) Riparare il canale. Salario minimo legale, come in ventidue Paesi dell'Unione su ventisette: non alto, dignitoso. Efficacia generale dei contratti nazionali maggiormente rappresentativi, per togliere ossigeno ai contratti pirata. 3) Detassazione dei premi legata al valore aggiunto per ora lavorata, non al fatturato. Senza questo, lo sgravio sostituisce l'aumento invece di aggiungersi. Aumentare il valore per ora. È l'unica fonte di salari alti che non si esaurisce. Gli Its Academy portano l'87 per cento dei diplomati al lavoro entro un anno, coerente con il percorso nel 93,8 dei casi: quarantunmila iscritti contro due milioni di universitari. Non è una politica da difendere, è una politica da moltiplicare. Accanto, investimento in capitale e organizzazione, dove il ritardo italiano è più grande di quello salariale. Poi la regola, che vale più delle tre leve. Ogni misura con tre indicatori a ventiquattro mesi, un titolare istituzionale con nome e cognome, una clausola di revisione automatica: recupero del potere d'acquisto sul 2019, copertura contrattuale, valore aggiunto per ora. Verificare senza conseguenze non è verificare. Non promettiamo salari tedeschi in una legislatura. Promettiamo di smettere di rinnovare ogni dicembre la stessa illusione, e di dire ogni volta chi paga.
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