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Sicurezza

Tutto si tiene - La paura non è un errore di percezione

di Paolo Costanzo

19 agosto 2026

Sicurezza Urbana percepita e immigrazione

Tema

La paura non è un errore di percezione Nel primo semestre 2026 i reati in Italia sono calati del dieci per cento, gli omicidi del quindici, gli sbarchi del cinquantadue. Nello stesso Paese un cittadino su quattro dichiara di non sentirsi sicuro a camminare da solo la sera; tra le donne la quota raddoppia, e una su cinque rinuncia a uscire. Il riflesso consueto è chiamarlo scarto tra realtà e percezione e liquidarlo come un problema di comunicazione o, peggio, come un pregiudizio da rieducare. È il modo più sicuro per perdere. Quella paura misura infatti qualcosa che le statistiche nazionali non vedono: non la media dei reati, ma la loro geografia. La sicurezza non si vive in media. Si vive in un quartiere, alla fermata alle undici di sera, in un sottopasso, in un palazzo dove la luce delle scale è rotta da mesi. Ed è lì che la parola «sicurezza» smette di riguardare solo il codice penale. Chi vive nelle periferie non compete su un'astrazione: compete per la casa popolare, per il posto all'asilo, per il turno al pronto soccorso. Se in quel punto arriva un'immigrazione non governata — procedure d'asilo che durano anni, persone senza titolo che restano senza documenti e quindi senza lavoro regolare, scuole dove la concentrazione dello svantaggio produce ghetti — il sistema non regge semplicemente peggio: si rompe esattamente dove era già più fragile. E il conto lo paga chi ha meno margini, mai chi scrive gli editoriali sull'accoglienza. Qui «tutto si tiene» smette di essere una formula e diventa una diagnosi. Un lavoro precario, un welfare che arriva tardi, una casa introvabile e un quartiere lasciato solo non sono quattro problemi: sono la stessa insicurezza guardata da quattro lati. Un cittadino senza protezione è un cittadino spaventato. E un cittadino spaventato non chiede riforme: chiede protezione, e la compra da chi gliela offre per primo. Per vent'anni i riformisti hanno taciuto su sicurezza e disordine per paura di somigliare alla destra. Hanno ottenuto un solo risultato: regalare ai populismi il monopolio di una paura legittima. Il costo di quel silenzio non è morale, è aritmetico, e si legge in ogni risultato elettorale delle periferie italiane ed europee. Vale qui la regola che vale ovunque: prima «io ti vedo», poi «ecco dove andiamo». Chi salta il primo passaggio non viene ascoltato sul secondo. Nemmeno quando ha ragione.

Soluzione

Governare per non subire Le due risposte in circolazione sono entrambe abdicazioni. Le porte aperte senza regole scaricano sui più poveri il costo di un principio che i benestanti non pagano mai. La fortezza assediata è il suicidio demografico di un continente che invecchia, travestito da fermezza: in Italia vivono regolarmente 5,4 milioni di stranieri, il 9,2 per cento della popolazione, e il fabbisogno di personale per la cura degli anziani supera i due milioni, di cui un milione e mezzo copribile solo con lavoratori stranieri. Un Paese così non sceglie tra accogliere e non accogliere. Sceglie tra accogliere bene e accogliere male. La terza via è più difficile da raccontare. È fatta di cose verificabili. Canali legali e programmabili al posto della rotta dei trafficanti: flussi dimensionati sul fabbisogno reale, corridoi di reclutamento, accordi bilaterali con i Paesi di origine. Procedure d'asilo rapide ed eque, dentro il Patto europeo entrato in attuazione a giugno. Una domanda decisa in mesi anziché in anni è la più efficace politica contro l'irregolarità: toglie al lavoro nero la sua materia prima. Rimpatri effettivi e dignitosi per chi non ha titolo a restare. Nel 2025 l'Unione ne ha eseguiti poco più di un quarto rispetto agli ordini emessi. Un ordine non eseguito non è clemenza: è la prova quotidiana che le regole non valgono, ed è l'argomento più forte regalato alla destra. Integrazione a obblighi reciproci per chi resta: lingua, scuola dei figli, lavoro regolare, un percorso di cittadinanza che premi chi rispetta il patto. E fine dei ghetti scolastici: l'OCSE è netta, non è la quota di alunni stranieri a peggiorare i risultati, è la concentrazione dello svantaggio. Il nemico non è l'alunno straniero, è il ghetto: si combatte distribuendo e investendo sull'italiano, non chiudendo le frontiere. Fermezza sulle regole e su chi le viola, radicalismo islamico compreso, con la stessa fermezza con cui si difende il diritto di sciopero. Non per chiudere: per rendere difendibile l'apertura. Manca il pezzo che nessuna politica migratoria contiene e senza il quale gli altri non bastano: la sicurezza sociale. Diritti portabili, protezione nelle transizioni, casa, presidio dei quartieri. Perché la domanda di sicurezza è una sola, e chi la spezza in due le perde entrambe. Le società liberali non vengono chiuse dagli stranieri che arrivano. Vengono chiuse dalla paura di chi è già dentro, quando nessuno la governa.

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3

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